Come impariamo a essere corretti? (Foto: Harry Zernike / Vault)

Una coppia di scimmie cappuccine marroni è seduta in una gabbia. Di volta in volta, i custodi danno loro gettoni, che possono poi scambiare con cibo. E' verità universalmente riconosciuta che i cebi preferiscono l'uva ai cetrioli. Quindi cosa succede quando insorge la slealtà; quando, in cambio di gettoni identici, una scimmia ottiene un cetriolo e l'altro un chicco d'uva?


Quando Sarah Brosnan e Frans de Waal hanno eseguito proprio questo esperimento nel 2003, concentrandosi sulle scimmie cappuccine femmine, hanno scoperto che le scimmie odiano essere svantaggiate. Una scimmia in isolamento è felice di mangiare un chicco d'uva o una fetta di cetriolo. Ma una scimmia che vede di aver ricevuto un cetriolo, mentre il suo compagno ha ottenuto dell'uva reagisce con rabbia: potrebbe lanciare il suo cetriolo dalla gabbia.


Alcuni primati, hanno concluso Brosnan e de Waal, "detestano l'iniquità". Odiano ricevere il bastoncino più corto. Gli psicologi hanno un termine tecnico per questa reazione: la chiamano «avversione allo svantaggio-iniquo». Questa avversione istintiva ad ottenere meno degli altri è stata trovata negli scimpanzé e nei cani, ed è presente, naturalmente, nelle persone, nelle quali sembra svilupparsi fin dalla giovane età. Gli psicologi Alessandra Geraci e Luca Surian hanno trovato, per esempio, che i bambini sotto i dodici mesi preferiscono i cartoni animali equanimi a quelli ingiusti.


Eppure, per gli esseri umani, l'avversione all'ottenere meno è solo un aspetto dell'ingiustizia. A differenza di altri animali, a volte esitano a ricevere di più rispetto alle altre persone. Tecnicamente parlando, sperimentiamo l'«avversione al vantaggio-iniquo». In alcune situazioni, rinunciamo anche a qualcosa di buono, perché è più di quello che sta ottenendo qualcun altro. In quei momenti, cerchiamo di assicurarci che la distribuzione delle merci rimanga equa. Non vogliamo nemmeno il bastoncino più lungo.


E' probabile che la nostra avversione allo svantaggio sia innata, perché la condividiamo con gli altri animali. La domanda per gli psicologi è se la nostra avversione ai benefici della disuguaglianza è anche innata o, in alternativa, se è appresa attraverso una qualche forma di socializzazione. In dicembre, gli psicologi Peter Blake, Katherine McAuliffe, Felix Warneken, e i loro colleghi hanno pubblicato i risultati di esperimenti progettati per rispondere a questa domanda. La loro ricerca ha interessato sette nazioni (India, Uganda, Perù, Senegal, Messico, Canada e Stati Uniti) e ha esaminato da vicino 900 bambini da 4 a 15 anni. Essi hanno esaminato se l' avversione al vantaggio-iniquo (V.I.), emerge in tutte le culture e, se è così, se emerge nello stesso modo in tutto il mondo.


Il loro metodo era relativamente semplice. Hanno fatto sedere due bambini a un tavolo, ognuno di fronte a una ciotola vuota. Sopra ogni piatto c'era un vassoio, sul quale la sperimentatrice collocava caramelle. Spesso, lei distribuiva caramelle ingiustamente: magari metteva 4 caramelle su un vassoio e solo una sull'altro. Il bambino in sperimentazione aveva quindi di fronte una scelta. Poteva tirare una maniglia verde per accettare le caramelle date, facendole cadere nelle rispettive ciotole, o poteva tirare una maniglia rossa per rifiutarle, facendo cadere tutte le caramelle in una terza ciotola fuori portata, al centro.


I ricercatori hanno scoperto che, in tutto il mondo, i bambini tendono a respingere le caramelle quando la divisione favorisce l'altro. (Cioè, hanno rifiutato lo svantaggio iniquo, la S.I.) Hanno inoltre scoperto che alcuni ragazzi più grandi avrebbero rifiutato le offerte vantaggiose.


Niente di tutto ciò è sorprendente. Il V.I. è stato documentato tra gli adulti molte volte in passato; in uno dei primi studi, dell'economista comportamentale George Loewenstein e dei suoi colleghi, ben il 66 per cento dei partecipanti detestavano di ottenere più di qualcun altro. La parte sorprendente è che i ragazzi evidenziavano il V.I. solo in tre paesi: Canada, Stati Uniti e Uganda. Negli altri paesi (Messico, India, Senegal e Perù) hanno apprezzato il sapore dolce della disuguaglianza.


Questi risultati sollevano alcune domande interessanti. Perché solo i ragazzi di alcuni paesi sono disturbati dall'avere un vantaggio sleale? E stavano rifiutando quelle offerte inique perché si preoccupavano dell'equità, o per qualche altra ragione meno evidente?


E' utile iniziare facendo un passo indietro, dal caso più complicato di V.I. a quello più semplice di S.I. Ci sono molti motivi per opporsi all'iniquità svantaggiosa, e alcuni sono più evidenti di altri. Lo S.I. è negativo sostanzialmente e naturalmente, perché si ottengono meno caramelle. Ma è anche negativo socialmente, perché segnala una retrocessione nello status. Infatti, quando i bambini rifiutano offerte svantaggiose, spesso sono più preoccupati del loro status sociale, piuttosto che della caramella in sé, o per idee astratte come l'uguaglianza. Non si tratta di giusto o sbagliato. Ha a che fare tutto del me: come ne vengo fuori da questo scenario?


L'importanza della gerarchia sociale nel rifiuto dell'ingiustizia svantaggiosa è stato sapientemente dimostrato in diversi esperimenti. In uno studio, gli psicologi Mark Sheskin, Paul Bloom e Karen Wynn hanno fatto scegliere a dei bambini tra ottenere un gettone e darne uno a un altro bambino, o ottenere due gettoni e darne tre all'altro ragazzo. "Si potrebbe pensare che la seconda sia la scelta migliore, perché entrambi i bambini ottengono di più", scrive Bloom, nel suo libro «Just Babies» («Solo bambini»). Spesso, però, i ragazzi scelgono la prima (un gettone a testa), assicurandosi di non riceverne di meno di qualcun altro.


In un'altra versione dello studio, Bloom e i suoi colleghi hanno dato la possibilità di scegliere tra due gettoni in tutto, o uno per il soggetto e nessuno per la sua controparte. Quelli di 5 e 6 anni hanno preferito la seconda opzione: cioè, hanno dato una ricompensa in cambio di avere più rispetto dai loro coetanei. "Abbiamo una naturale avversione ad ottenere di meno, non fino all'iniquità", mi ha detto Bloom. Il comportamento dei ragazzi non è per principio; al contrario, Bloom crede che sia motivato da qualcosa di molto simile al dispetto. E il messaggio è chiaro: voglio uscire in cima. Il numero assoluto di caramelle importa meno del mio status relativo.


Se il S.I. è davvero collegato allo status piuttosto che all'equità, potrebbe esserlo anche il V.I.? Rifiutare una offerta vantaggiosa, dopo tutto, manda anche un segnale sociale. Se si vive in una società in cui le idee di equità e uguaglianza hanno una posizione privilegiata, allora diventa significativo mostrare se stessi come aderenti a quegli ideali, anche a costo personale. Quelli intorno a te potrebbero pensare che, dal momento che sei il tipo di persona che crede nell'equità a prescindere, tu sei prezioso per la società, e degno di rispetto. Da questo punto di vista, sia S.I. che V.I. raggiungono lo stesso fine: fare in modo di mantenere lo status. Forse, per i ragazzi più grandi che stanno passando all'adolescenza, lo status non sempre viene dall'avere di più. Potrebbe anche fluire dall'essere un modello ammirevole di comportamento.


Se lo status è davvero la forza trainante sia del S.I. che del V.I., ciò spiegherebbe uno dei valori relativi anomali dello studio: il Messico. Quando l'esperimento è stato eseguito lì, ben pochi bambini hanno esibito V.I.; inoltre, il S.I. sembrava insorgere molto tempo dopo che in altre società. I bambini messicani, in altre parole, tendevano ad accettare tutte le offerte, non importa se disuguali in una qualsiasi direzione. Gli autori sottolineano che, in quel particolare campione, la maggior parte dei bambini si conoscevano già. Forse avevano già sviluppato una reputazione, e, di conseguenza, quello che è successo nell'esperimento è che non ha avuto reali implicazioni per la loro gerarchia sociale. Erano liberi di godere della caramella in se stessa, senza segnali sociali collegati.


Eppure, anche se V.I. e S.I. hanno molto in comune, anche se hanno entrambi a che fare con lo status, la ricerca di Blake e dei suoi colleghi suggerisce che essi sono diversi in almeno un modo fondamentale. Il S.I. è innato: in tutto il mondo, e nel regno animale, ricevere sempre meno degli altri è percepito come un insulto. Il V.I. d'altra parte, sembra essere un prodotto della vita sociale o della cultura. A livello globale, almeno tra i bambini, sembra essere distribuito in modo molto diseguale. In Canada, negli Stati Uniti e in Uganda, lo studio dimostra che i ragazzi più grandi hanno più probabilità, in media, di rifiutare un'offerta vantaggiosa rispetto un'offerta equa. Al contrario, in Messico, Perù, India, e nel Senegal, essi accettano volentieri di ricevere sempre di più. [...]

 

 

 


Fonte: Maria Konnikova in New Yorker (>English version) - Traduzione di Franco Pellizzari.

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