Facciata Barco

 

Il sito e la storia

Barco originaleRappresentazione del complesso originale in cui era inserito il barco (parte del fabbricato sul lato est).L’area di impianto del Barco nella sua originaria estensione si innestò perfettamente, nel reticolo della centuriazione romana del municipium di Asolo (I sec. a.C.). Le indagini stratigrafiche e archeologiche condotte tra il 1988 e il 1992 dalla Fondazione Benetton Studi e Ricerche hanno definito l’estensione delle tre diverse aree cinte da muro occupate dai vari settori del Barco. La maggiore, rettangolare, occupava circa 50 ettari chiusi da un perimetro murato di oltre 3 chilometri. La seconda cerchia comprendeva circa 2 ettari, con il lato meridionale di un centinaio di metri e i lati est e ovest edificati e abitabili. Il terzo ambito, adibito a horto e al quale si accedeva da tre varchi posti sul lato sud del muro di cinta, si estendeva su quasi mezzo ettaro.

Decisiva per la scelta del sito fu anzitutto la proprietà dei terreni, evidentemente già appartenenti alla famiglia di Caterina nella seconda metà del ‘400. Non meno importante fu la disponibilità idrica, assicurata (con certezza dai primi anni del secolo XVI) sia dall’acqua di una sorgente che da Crespignaga (località collinare ad est di Asolo) veniva portata da una condotta sino al Barco, sia da un canale della Brentella, esistente ancor prima del 1493, derivato da quello principale detto di Caerano. Alle acque del Barco si riferiva espressamente la stessa Caterina, allorché, nell’anno 1500, donava al fratello Giorgo lo Barcho nostro […] con le aque et seriole che, per dentro esso Barco et circuito nostro, corono et coreranno per lo avvenire et con la fontana, qual dalla Villa de Crispignagna si debbe in dicto Barco condurre. Il principale biografo di Caterina Cornaro, Antonio Colbertaldo (1556-1602), attribuisce alla regina di Cipro l’iniziativa di dare avvio alla fabbrica del Barco «in mezzo a una bellissima campagna».

Disegno secolo XVIIAnonimo, Disegno del Barco I, secolo XVII, Asolo, Museo CivicoSarebbe poi stato Pietro Bembo a suggerire alla Cornaro la denominazione “Barco”, nell’accezione di ‘paradiso’ (dal greco ‘paradeisos’) o di ‘parco’, o, ancora, di giardino e orto, che il termine greco aveva nella lingua persiana e sanscrita. Nome e apparati strutturali del Barco Cornaro ne rievocavano altri similari, visti da Giorgio Cornaro a Vigevano (la Sforzesca) e a Fossombrone (il Barco di Bellaguardia dei Montefeltro). In realtà il Barco di Altivole ebbe caratteri propri e originali, per il sito, per la sua triplice struttura muraria, per l’articolazione delle sue componenti architettoniche, per il giardino, per la ricchezza d’acque e per la vastità e qualità dell’apparato decorativo.

L’abbondante trattatistica in materia di architettura e di agricoltura nota all’epoca (Trattato di Architettura di Antonio Averlino detto il Filarete (1400-1469), composto intorno al 1464; De re aedificatoria (circa 1450) di Leon Battista Alberti (1404-1472); De Agricultura di Pietro de’ Crescenzi (1233-1320), pubblicato a Venezia nel 1495) furono fonte di ispirazione e traccia concreta nella formazione del Barco, concepito unitariamente come villa ‘di delizia’, centro agricolo e apparato difensivo. Per la realizzazione degli spazi a verde un sicuro riferimento provenne dal giardino di seta descritto nell’Hypnerotomachia Poliphili (Sogno di Polifilo) di Francesco Colonna (1433-1527), edito nel 1499. Ai lavori di costruzione si pose mano a partire dal 1491, intervenendo su un manufatto preesistente dei Cornaro. I progetti sono attribuiti all’architetto lombardo Francesco Graziolo e la direzione del cantiere al capomastro asolano Pietro Lugato.

Non secondario dovette essere il ruolo di Giorgio nella concezione e realizzazione dell’insediamento di Altivole, se in una lettera del 1509, Giovanni Gonzaga citava il Barco come fatto per Messer Giorgio Cornaro. Nel 1502, i lavori dovevano essere in fase avanzata se Pietro Bembo, scrivendone al fratello Carlo, ricordava un soggiorno di Caterina al Barco e la presenza della tordera, un’alta torre isolata, circondata da un fossato alimentato dall’acqua della sorgente di Crespignaga.

Girolamo Tomasoni, Catasto Asolano, Il Barco di Altivole, foglio 1, 1712-1717, Asolo, Museo CivicoGirolamo Tomasoni, Catasto Asolano, Il Barco di Altivole, foglio 1, 1712-1717, Asolo, Museo CivicoLe tre componenti originarie e fondamentali del complesso furono descritte nel 1509 in eloquente sintesi dal citato Giovanni Gonzaga: uno Palazio cum uno Zardino et uno Barcho fatto per Messer Giorgio Cornaro. Il primo elemento del Barco ravvisato dal Gonzaga è il palazzo, dimora signorile finemente decorata in facciata e all’interno. Non vi è più alcun dubbio, a seguito delle indagini del 1988-1992, nell’identificazione del palazio con il monumento superstite, sviluppato su 119 metri di lunghezza e 12 di profondità. Frutto della fantasia degli anonimi estensori di due disegni conservati presso il Museo Civico di Asolo, rispettivamente dei secoli XVII e XVIII, è il presunto e mai costruito ‘Palazzo della Regina’, coincidente, piuttosto, con l’area adibita a orto, chiuso da muro provvisto di tre accessi, riservato esclusivamente al piacere della regina e ai suoi ospiti, e destinato alla coltura di piante rare e di erbe profumate.

A ridosso dell’orto, una peschiera, alimentata da un canale della Brentella, chiudeva il Barco sul lato corto verso nord. Più attendibili sono le didascalie del disegno seicentesco relative ai diversi comparti del ‘monumento superstite’. Da nord verso sud: un segmento della struttura, demolito in epoca non precisabile, è indicato come Quartier cavalaria (scuderia); casa di Dio (chiesa); la porta che immette nella cosiddetta ‘sala’, passante da ambedue i versanti del fabbricato tramite archi a tutto sesto; la splendida e luminosa loda (loggia), aperta da cinque arcate sorrette da eleganti colonnine di ordine ionico, all’interno della quale vi era una bella fontana; il Palajo di officiatura (sede amministrativa); un’altra porta; infine il Quartiere di fanteria.

Il giardino, secondo elemento costitutivo del Barco, occupava la rimanente area compresa tra l’edificio orientale giunto sino a noi e un edificio di analoga lunghezza, sviluppato sull’intero lato ovest, forse ospitante magazzini e granai. Al centro del giardino, il disegno del XVII secolo rileva un grande pozzo, o piuttosto una fontana alimentata nei suoi giochi d’acqua da un complesso sistema di condotti che doveva rifornire anche la fontana della loggia. Sul punto mediano del lato corto sud, serrato da muro, era posto l’ingresso al Barco, sovrastato da un’alta torre, documentata da una mappa del 1716 di Girolamo Tomasoni. Altre quattro torri di altezza inferiore dominavano i quattro angoli della seconda cerchia di mura.

Barco della Regina Cornaro. Plastico del giardino e degli orti, Castelfranco Veneto, Museo Casa GiorgioneBarco della Regina Cornaro. Plastico del giardino e degli orti, Castelfranco Veneto, Museo Casa GiorgioneIl terzo settore del Barco, quello che il Gonzaga definiva come Barcho, occupava circa 50 ettari, racchiusi dalle mura della prima cerchia, dominati dalla tordera e utilizzati, nello stesso tempo, per la caccia e il pascolo. A questo proposito, Antonio Colbertaldo, scrisse che Caterina si recava la più parte dell’estate per andar alla caccia et uccellare e che in quei contorni si mantenevano abbondanti caprioli, lepri, cervi e conigli, in un ambiente di rilevante ampiezza, ricoperto da una foresta citata nel disegno del secolo XVII. Il Barco sopravvisse, malgrado i danni subiti, alle vicende belliche che più volte lo coinvolsero tra il 1509 e 1510 durante la guerra della Lega di Cambrai.

Alla fine del conflitto, Giorgio Corner, divenuto proprietario del Barco, dopo la morte di Caterina, dispose i necessari restauri che permisero alla dimora di ospitare, per frequenti soggiorni, i figli Marco e Francesco, ambedue cardinali, e nel 1521 Angelo Beolco detto il Ruzante, che al Barco tenne in onore di Marco un’orazione, seguita da una seconda, anch’essa tenutasi probabilmente ad Altivole, in onore di Francesco Cornaro.

Dalla seconda metà del secolo XVI per il luogo ‘di delizia’ di Altivole iniziò una lunga e inarrestabile fase di declino. Si accentuò, sino a far diventare dominante, il carattere rurale delle fabbriche del Barco, sottoposte in larga parte, dai coloni dei Cornaro e dei proprietari subentrati, a modifiche interne e adeguamenti funzionali ad usi agricoli e abitativi. Nel 1808, Marina Pisani, vedova di Nicolò Corner Giustinian, vendette tutte le proprietà esistenti nei territori di Montebelluna, Castelfranco e Asolo, incluso il Barco, ai fratelli Antonio e Francesco Revedin, i quali, secondo lo storico Antonio Pivetta, abbatterono torri e muri di cinta.

Alla metà del sec. XIX, il Barco passò a Francesco Revedin, figlio di Antonio, e nel 1869, per testamento a Fanny Bassetti Rinaldi. Seguirono vari passaggi di proprietà sino al 1975, quando il Barco fu acquistato dal Ministero delle Antichità e Belle Arti. Ceduto nel 1976 alla Provincia di Treviso, è dall’anno 2009 di proprietà privata.

 

 

Il Barco oggi

 

Chiesa, Sala, Loggia Altivole, Archivio BibliotecaChiesa, Sala, Loggia Altivole, Archivio BibliotecaDel Barco quattro-cinquecentesco rimane un lungo edificio corrispondente al ‘palazzo’ visto da Giovanni Gonzaga nel 1509. Nessuna traccia visibile, invece, dell’area degli orti e della peschiera, del giardino, delle fontane, delle tre cerchie di mura e delle cinque torri, del Quartiere cavalaria addossato al fianco nord dell’oratorio; rimaneggiati e modificati gli interni tra la sala dei Pavoni e il nucleo detto di Officiatura; ricostruito, salvo la parete orientale, il nucleo detto di Fanteria, danneggiato da un incendio nel 1979; scomparso il segmento all’estremità sud.

I diversi settori del fabbricato sono unificati da un paramento affrescato senza soluzione di continuità, concepito secondo uno specifico programma iconografico. Agli affreschi venne assegnato un ruolo architettonico fondamentale nel delineare la suddivisione in piani e nel connettere tra loro i vari elementi della facciata. Inoltre, i paesaggi raffigurati dovevano stabilire un colloquio diretto con l’esterno e con i panorami che si potevano scorgere dalle finestre dei diversi nuclei del manufatto.

Non esistono documenti probanti circa l’identità dei pittori e dei frescanti operanti nell’Asolano e nel Trevigiano tra fine ‘400 e inizio ‘500, che potrebbero aver messo mano alla decorazione del Barco. Nell’area considerata furono attivi Lorenzo Lotto, Andrea da Murano, Giorgione (1478-1510), i fratelli trevigiani Girolamo (1455 – 1497?) e Pier Maria Pennacchi (1464-1515 circa). Tuttavia, il solo pittore effettivamente documentato come attivo al Barco è il veronese Leonardo quondam Bartolomeo, che nel Barco pure abitò tra il 1507 e il 1530.

L’intero tessuto decorativo corrisponde alla cultura umanistica della committente. Fonte di ispirazione per allegorie, simbologie e miti furono il Sogno di Polifilo (1499) e gli Asolani (1505). Parzialmente restaurati nel 1926, sottoposti a integrale pulizia e consolidamento nel biennio 1962-1963 e ad un ulteriore consolidamento nel 1997, gli affreschi sono stati oggetto di un ampio intervento di consolidamento, disinfestazione, pulitura, integrazione delle lacune e protezione, completato nell’anno 2000 e diretto dall’arch. Teresa Marson.

I nuclei attuali del Barco sono identificabili, per unità formale, da nord verso sud, in questa sequenza: la Chiesa, la Porta o Sala e la Loggia (visitabili), la Sala ‘dei Pavoni’, il Salone, la Scala, l’Officiatura, la Fanteria (non visitabili).

 

Chiesa e Sala Altivole, Archivio BibliotecaChiesa e Sala Altivole, Archivio BibliotecaChiesa

L’oratorio è a pianta rettangolare con abside quadrata rispetto all’originaria (demolita) semicircolare. Restaurato radicalmente nel 1945 a causa di gravi dissesti della struttura muraria, presenta in facciata una porta architravata con sovrastante arco cieco, due monofore laterali e un piccolo rosone. La piccola chiesa risulta dedicata alla Concezione della Beata Vergine nel secondo Settecento e dal 1805 a S. Caterina d’Alessandria, vergine e martire. All’interno, un fregio, entro una finta cornice architettonica, si snoda sulla parete meridionale. Qui, vasi e coppie di angeli sostengono medaglioni con figura di profeti e di santi (il terzo verso destra, con elmo e testa di drago: S. Giorgio). Sopra il fregio, tre lunette includono tre medaglioni raffiguranti Profeti.

Sulla controfacciata: un’altra lunetta con Profeta, due medaglioni con l’Angelo annunciante e la Vergine e, sopra, la Colomba dello Spirito Santo. Nel prospetto è leggibile il riquadro posto sotto la monofora di destra, raffigurante due santi, in passato riconosciuti in Antonio da Padova e Pietro e, più recentemente, in Giovanni Evangelista (libro tenuto fra le mani, lunghi capelli e volto imberbe) e Francesco d’Assisi (lunga croce e saio). Il colore delle tuniche dei due santi (giallo a destra, viola a sinistra) sono le dominanti cromatiche che unificano la stesura dell’intera facciata: il giallo nella fascia decorativa superiore, il viola in quella inferiore. Dell’ampia scena sovrastante sul tema San Giorgio e il drago, si distingue solo parte del cavallo e il volto del cavaliere.

 

Porta o Sala

Vano a pianta quasi quadrata, aperto sui due lati da archi a tutto sesto con capitelli di pietra arenaria, colleganti l’area-giardino agli spazi aperti racchiusi dal muro della prima cerchia. In facciata, l’essenzialità architettonica è riscattata da una tessitura decorativa composta da colonne binate, cornici, mensole e volute, il tutto culminante in un finto arco trionfale, con chiave di volta in foggia di putto reggente un cartiglio. Ai lati dell’arco: una decorazione composita che si riproporrà per larga parte della facciata dell’edificio.

Dal basso verso l’alto: una finta tappezzeria a ottagoni policromi; un fregio raffigurante arieti e motivi fitomorfi, racchiuso da cornici modanate; due riquadri narrativi su sfondi di paesaggio tra coppie di colonne corinzie, con San Girolamo penitente, a sinistra, e Apollo e Dafne, a destra; fregio ocra lumeggiato su fondo azzurro, a coronamento superiore (corrente lungo tutto l’edificio) con cavalli alati le cui code si prolungano in motivi fitomorfi, alternati a medaglioni con ritratti di profilo, citazione della romanità classica dominante nella cultura antiquaria quattrocentesca.

All’interno del vano: fregio continuo sulle pareti, alternante, su sfondi cromatici diversi (verde, viola, rosso), fasce con elementi fitomorfi a segmenti a finto bassorilievo (putti che giocano o cavalcano animali fantastici), collegate tra loro da medaglioni con teste di profilo. Sotto il fregio: sui lati destro e sinistro, due stemmi di casa Cornaro, uno, cardinalizio, con due aquile bianche (probabilmente del cardinale Marco Cornaro, figlio di Giorgio e nipote di Caterina), l’altro (di Caterina Cornaro) con tre leoni rampanti e cinque croci entro cornice modanata in finto bassorilievo.

 

Loggia

EParticolare della Loggia dall’interno, Altivole, Archivio BibliotecaParticolare della Loggia dall’interno, Altivole, Archivio Bibliotecadificio a pianta rettangolare aperto a ovest con cinque archi sorretti da cinque colonne e da due semicolonne; sul lato verso est: due bifore in pietra. Il vano è affrescato all’interno e all’esterno. In facciata: pennacchi dipinti fra le colonne con tondi raffiguranti stemmi illeggibili. Sui fianchi di destra e di sinistra, in prossimità dell’imposta dell’arco: figure alate bianche con scudo. L’intero paramento affrescato e le riquadrature architettoniche dovevano indurre a percepire la loggia, per la sua centralità e qualità funzionali, in aggetto rispetto ai contigui corpi di fabbrica.

All’interno, sui quattro lati del vano, si sviluppa un fregio su sfondo rosso, nel quale si alternano motivi classici di divinità marine, delfini, urne, vasi e motivi fitomorfi. Al centro del fregio della parete occidentale e orientale si trovano gli stemmi della Cornaro; un terzo stemma con bande gialle e verdi campeggia nel fregio della parete nord. Sotto il fregio, nelle pareti est, ovest e nord, corre una cornice modanata in monocromo giallo, sostenuta da finte mensole, alternate a festoni vegetali recanti tre diverse varietà di frutta. Sulla parete est, tra le bifore, una finta architettura che inquadrava una fontana posta esattamente in asse con il punto mediano del grande arco d’ingresso. Sopra la cornice dipinta troneggia un grande stemma Cornaro sormontato dall’aquila imperiale a due teste.

 

I nuclei oltre la Loggia: Sala dei Pavoni – Salone – Scala - Officiatura – Fanteria (non visitabili)

Gli affreschi della facciata oltre la loggia sono di difficile lettura per la loro condizione di grave degrado. L’unità con l’intero paramento decorativo è assicurata dalla ricorrente finestratura crociata e dalle due grandi fasce raffiguranti arieti al primo ordine e cavalli alati sotto gronda. Nella parte inferiore del prospetto fu mantenuta la decorazione ad ottagoni policromi. Al primo piano, tra le finestre, si intravedono ancora sei grandi riquadri affrescati racchiusi entro colonne binate monocrome. Le foto storiche di questo settore del Barco mostrano come motivo conduttore un paesaggio idilliaco, intriso di citazioni antiquariali ben presenti nella cultura di Pietro Bembo, di Giorgione e delle colte relazioni intrattenute da Caterina con pittori e letterati.

Fanteria, Officiatura, Scala, Salone, Sala dei Pavoni. Altivole, Archivio BibliotecaFanteria, Officiatura, Scala, Salone, Sala dei Pavoni. Altivole, Archivio BibliotecaNei riquadri sono rappresentate figurazioni allegoriche. Nel primo riquadro: una figura alata e un arciere; nel secondo, oltre la finestra crociata, si intravedono due leoni, tracce di due figure femminili e un viso (probabilmente femminile). Questo settore di facciata corrisponde alla sala detta ‘dei Pavoni’, cosiddetta per le figurazioni di pavoni a coda chiusa su sfondo floreale, affrescati entro due file sovrapposte di formelle. Un terzo riquadro, letto in passato come Giudizio di Paride, rappresenta, piuttosto, due figure femminili, ognuna con un bambino, una delle quali, dipinta in posizione eretta e scorciata sembra venire dalla selva che gli si profila alle spalle.

Nel successivo riquadro, due lepri (o conigli) evocano il Barco nella sua funzione di riserva di caccia e, nella simbologia, la dea Afrodite, amante della lepre, animale fecondo e veloce. All’interno, nel vano denominato ‘Salone’, è presente una fascia decorativa su fondo rosso con grifoni che sorreggono vasi con l’artiglio sinistro. Anche in questo caso, come per le lepri, il grifone, animale fantastico, assume un significato simbolico: dominatore di sfere vitali, la terra (leone) e l’aria (aquila). Proseguendo verso sud, in ampio riquadro tripartito da colonne corinzie domina una grande cerva sdraiata sopra un prato verde e, sullo sfondo, la cinta turrita del Barco, alberi e profili di colline.

Nei pressi: uno stemma Cornaro. Nell’ultimo riquadro, un paggio impugnante un’asta, in piedi su una spiaggia, sembra osservare un pescatore e il suo battello, e, oltre, una divinità maschile nuda, in equilibrio sopra le onde del mare.

 

L’altra vita del Barco

 

Il Barco in una fotografia dei primi del ‘900 tratto da Ausano Gesture, Altivole, Treviso 1910Il Barco in una fotografia dei primi del ‘900 tratto da Ausano Gesture, Altivole, Treviso 1910Dalla seconda metà del secolo XVI, il Barco decadde, caratterizzandosi come centro di gestione agricola del vasto podere dei Corner.

All’inizio del ‘700, l’estimo asolano documenta ancora un palazzo dominicale e una tore, ma l’intera area compresa tra la prima e la seconda cerchia risulta coltivata a cereali, prato e viti.

Nel 1810, il Sommarione del Catasto napoleonico cita l’oratorio e la torre sud di accesso, che verrà demolita. Nessun accenno alla dimora di Caterina Cornaro, descritta come una sequenza di cinque case da massaro.

Per tutto il tempo a seguire e fino a pochi decenni addietro il Barco sopravviverà come un paese nel paese; la cortina edilizia continua sulla strada di ingresso, le stanze finemente affrescate trasformate in cucine, camere, fienili e stalle, il via vai continuo di uomini ed animali determineranno l’immagine di microcosmo i cui attori saranno i suoi abitanti, detti ‘barcaroi’.

Essi, divisi principalmente in due rami parentali (famiglie Baldisser e Fantin) raggiunsero numeri prossimi al centinaio di unità fino a lasciare inabitato il Barco alla fine degli anni ’70.

Sono state queste famiglie, e altre le precedettero, a ‘vivere’ il Barco dopo i brevi anni del suo splendore e furono le dure condizioni della mezzadria rurale a causare il sacrificio di ampi settori del suo assetto originario e degli apparati decorativi interni ed esterni.

Il Barco in una fotografia degli anni ‘60. Treviso, F.A.S.T.Il Barco in una fotografia degli anni ‘60. Treviso, F.A.S.T.Le fotografie d’epoca parlano di loro e del loro mondo; uomini, donne e bambini in posa in una domenica di inizio ‘900, donne, uomini e bambini in posa all’inizio del ‘900 davanti ad un Barco piegato alle esigenze rurali ma forte dei suoi affreschi ancora ben visibili, ed ancora negli anni ’60 esso è paziente testimone dello scorrere della vita di una comunità.

Il Barco è stato anche questo, vivo in altro modo, nel senso più pieno del significato, prima che della sua straordinaria importanza storica ed artistica si prendesse l’indispensabile consapevolezza che oggi attende ulteriori e urgenti conferme.

 

 

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Barco della Regina CornaroBarco della Regina Cornaro (Foto Roberta Balzan)

 

In rete

 

 

 

Barco visto da nordIl Barco visto da Nord

 

 

 

PROGETTO EDITO DAL COMUNE DI ALTIVOLE 2012

Direzione e coordinamento:

 arch. Elia Bresolin - Assessorato alla Cultura

 dott. Giuseppe Volpato - Biblioteca Comunale

Testi: dott. Giacinto Cecchetto

Si ringrazia la proprietà del Barco per la disponibilità e la collaborazione. Fondo Tarvisium - Numeria S.G.R. spa

 

 

 

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